Gli azzurri di Roberto Mancini alla prova di Wembley con in mano una grande speranza.
Quante volte ci si è chiesto quanto sia importante un allenatore nel contesto di un gruppo e quanto a volte sia determinante in alcune fasi di un percorso. Mancini ha saputo fare e anche bene, ha saputo creare un vero gruppo scavando all’interno di ognuno di loro, estrapolando quell’autostima che fore era assopita. Sono amici. Amici giusto. Questo è quello che trapela da casa azzurri e dove indistintamente ognuno tifa per l’altro senza mai dare l’impressione di una rivalità aspra ma solo sentimento di coesione e voglia di lasciare un segno. Questo segno esiste ma spesso non emerge in squadre di club. Un gruppo che si diverte, un gruppo che si amalgama sempre piu’ e dove il concetto di ” uno per tutti – tutti per uno” è quell’elemento che ci consegna una nazionale finalmente ritrovata. Molti anni di indifferenza, i colori azzurri che in passato ci hanno fatto esultare e palpitare da tempo ormai sembra solo un lontano ricordo. Da Bearzot forse che non si respirava un’aria cosi serena e spensierata ( non certo nel pre mondiale dove ad Alassio la tensione era assai alta ) la melodia di quella nazionale e di quel gruppo e delle loro gesta è ancora indelebile nelle nostre menti. Questa nazionale trova forse un parallelismo con quegli azzurri campioni del mondo, quella che fu’ in Argentina la nascita di un sogno materializzandosi nel trionfo quattro anni dopo. Non saprei se questo esempio puo’ essere pertinente ma sicuramente la strada sembra essere quella, alcune similitudini e accostamenti a quel periodo non sono affatto irriverenti ma fortemente simili. Quell’82 fu’ per la storia del nostro calcio un trionfo che rimarrà per sempre indelebile nella nostra memoria, un mix di pazzesche combinazioni dove gli eventi accaduti furono solo frutto di gran lavoro. A quel trionfo “benedetto” dal presidente Pertini in simultaneità si unì anche la nascita di grandi campioni, la scoperta di uomini che dettero il massimo in quella competizione dimostranndo di meritare un titolo cosi prestigioso e nobile allo stesso tempo. In questa nazionale non ci sono certo i Paolo Rossi, i Bruno Conti, i Cabrini e Scirea, gli Zoff e i Tardelli ma la volgia è la stessa, le sensazioni simili. E’ solo un’impressione o magari, ripeto ancora, un irriverente paragone? Proviamo intanto a mettere in moto il motore della fantasia e quello della speranza, noi siamo italiani e passionali, emotivi e lottatori. Di crederci sempre è d’obbligo.



