(GIAN LUCA FEO)
Non poteva che essere lui, un grande numero uno della storia bianconera il protagonista della prima “puntata” della nostra rubrica: Dino Zoff da Mariano del Friuli (Go) 28 febbraio 1942, figlio di Mario e di Anna, che sin da piccolo sognava di fare il portiere. Ed a volte si sa che i sogni si avverano, ma per far sì che divengano realtà si è consapevoli di dover fare tanti sacrifici a partire dalla sua famiglia che papà Mario teneva in piedi lavorando nei campi dall’alba al tramonto mentre Dino partiva ogni mattina in bici verso Gorizia per coltivare l’altra sua grande passione: riparare i motori. Oltre che a portare a casa qualche spicciolo, riusciva anche a giocare a calcio nonostante non avesse il c.d. “phisique du role”.
Non esiste un soprannome in grado di racchiuderne le qualità umane e professionali. Forse Super Dino, ma non sarebbe abbastanza. Perché Dino Zoff è un simbolo del calcio italiano e di un’umanità mai sopra le righe, sia per il suo talento in campo (che lo ha reso uno dei migliori portieri della storia del calcio), sia per il carattere sobrio, silenzioso, che non lo ha mai portato a dire una parola di troppo mentre tecnicamente si distingueva per il notevole senso di piazzamento, nell’abilità e nella sicurezza nelle uscite sia alte che basse nonché nella sicurezza nel bloccare il pallone piuttosto che respingerlo.
Piccolo e gracile, ma poco più che tredicenne si fece notare e faceva già parlare di sé; fu visionato da diverse società importanti ma ai provini veniva sistematicamente scartato.
Sogno svanito? Niente affatto. Torna a lavorare, cresce fisicamente, con sudore e sacrificio. Con i motori ci sapeva davvero fare, sarebbe stato un buon meccanico. Diventerà una leggenda, ma in uno dei ruoli fondamentali del gioco del calcio: il portiere.
Importantissima nella crescita fisica di Zoff fu nonna Adelaide. Grazie alle sue uova (e allo sviluppo) crebbe di 22 centimetri ed aumentò sensibilmente anche la sua massa muscolare. Divenne 1,82 mt. e non fu più scartato (all’epoca dei provini era 160 cm).
Nonostante giocasse nella squadra del suo paese, fortunatamente fu notato da un osservatore dell’Udinese, un certo Comuzzi che diede il là alla carriera straordinaria di Dino che dalle giovanili della compagine friulana arrivò fino all’esordio in Serie A.
Il 24 settembre del 1961, segna il suo esordio nella massima serie e Mister Luigi Bonizzoni lo schiera titolare contro la Fiorentina dove in una domenica da incubo, incassa cinque reti. Quell’anno i viola retrocedettero ed in serie B, l’anno dopo, è il titolare della porta gigliata.
Dopo un solo anno di purgatorio a salvarlo fu di nuovo Bonizzoni, che nel 1963 lo volle fortemente a Mantova dal quale fu acquistato per circa 20 milioni di lire; vive tre stagioni tra alti e bassi due in A ed una in B. Gioca con compagni come Sormani e Schnellinger. A Mantova trova anche l’amore, Annamaria Passerini, sua attuale moglie e dalla quale nel 1967 ha avuto il suo unico figlio Marco Zoff, ingegnere, che lo ha reso nonno. Doveva andare al Milan, invece nell’estate del 1967 in extremis l’affare sfumò e si trasferì per 130 milioni di lire al Napoli ove trascorse cinque stagioni in crescendo guadagnandosi la convocazione nella nazionale maggiore. Con la maglia azzurra vive da protagonista il trionfo del Campionato Europeo del 1968 disputati in Italia e va ai Mondiali di Messico ‘70 da secondo a Ricky Albertosi.
Ma è alla soglia dei 30 anni che avviene la sua consacrazione quando alla sua porta nel 1972 bussa la Juventus che aveva bisogno di un estremo difensore di grande esperienza. Fu il suo momento di massima maturità in campo: fino alla fine della stagione 1982-1983 non avrebbe più saltato una partita di campionato disputando 330 partite consecutive. Al sodalizio sportivo coi bianconeri, inoltre, sono legate tutte le sue vittorie con squadre di club. Vinse per sei volte il titolo di campione d’Italia, due Coppe Italia e una Coppa UEFA, oltre a limare i personali record di inviolabilità della sua porta (903’), superato dal milanista Sebastiano Rossi (929’) nel 1993-94 e ritoccato da Gianluigi Buffon (974’) nel 2015-16.
Undici stagioni con la Vecchia Signora, ricche di trionfi. Un portiere atipico. Sornione e di poche parole, non amava la spettacolarità, ma puntava sull’efficacia. Gioca i Mondiali del 1974 in Germania, del 1978 in Argentina e soprattutto quello del 1982 in Spagna da assoluto protagonista indossando la fascia di capitano. In Argentina, Zoff sale sul banco degli imputati; “sta perdendo i riflessi, è vecchio”. Incassa e sopporta in silenzio. Si prenderà la rivincita in Spagna, 4 anni dopo. Al 90° della gara tra Italia e Brasile valevole per l’accesso alla semifinale del Mundial 82’ inchioda sulla linea di porta il pallone colpito di testa da Oscar (confuso con Paulo Isidoro in telecronaca da Nando Martellini); fu una parata iconica, leggendaria. Zoff diventerà campione del mondo a 40 anni.
Dino Zoff chiude la carriera azzurra il 29 maggio 1983 dopo 112 partite, per lungo tempo record assoluto per un giocatore italiano ed attualmente al settimo posto all-time raggiunto di recente da Leonardo Bonucci, nella speciale classifica guidata da Gianluigi Buffon con 174 caps.
Più volte candidato al Pallone d’Oro, sfiorò la vittoria nel 1973, classificandosi secondo alle spalle del mitico Johan Cruijff.
Il suo addio al calcio è commovente. Il 22 giugno 1983, dopo Juventus – Verona, finale di ritorno di Coppa Italia (suo ultimo trofeo vinto da calciatore) dice: “Non posso parare anche l’età”.
Appesi gli scarpini al chiodo inizia la carriera da allenatore. Dino Zoff ha guidato in Serie A la Juventus (dal 1988 al 1990) con risultati altalenanti che ne determinarono l’esonero e successivamente la Lazio (dal 1990 al 1994 e nel 1997 in doppia veste di dirigente ed allenatore per poi esserne ancora vice presidente nel 2001 e di nuovo allenatore nella stessa stagione subentrando al dimissionario Sven Goran Eriksson. Con quest’ultima è stato sulla panchina per 202 partite, diventando l’allenatore con il maggior numero di presenze in competizioni ufficiali alla guida della squadra biancoceleste, record superato nel 2020 da Simone Inzaghi. Da allenatore ha anche guidato l’amata Nazionale con cui ha conquistato il secondo posto all’Europeo del 2000 contro la Francia, lasciando nella memoria di tutti l’incredibile semifinale vinta ai rigori contro i padroni di casa dell’Olanda.
Fu proprio dopo la sconfitta in finale ad Euro 2000, che Dino Zoff venne criticato da Silvio Berlusconi, all’epoca leader del centrodestra, per come aveva allenato la squadra e nello specifico organizzato la marcatura su Zidane in finale. Zoff protestò a modo suo, senza alzare i toni: annunciò che si sarebbe dimesso da commissario tecnico azzurro “per dignità”. Curiosamente Zidane affermò che la finale era stata l’unica partita dove aveva giocato veramente malissimo.
Cinque anni dopo, come sua ultima appendice della carriera di allenatore, nel campionato 2004-2005 ritornò in panchina con la neopromossa Fiorentina, subentrando in gennaio al posto dell’esonerato Sergio Buso; Zoff condusse la squadra viola alla salvezza ed al termine della stagione si ritirò definitivamente dal mondo del calcio.
Qualche anno fa Zoff è stato colpito dalla malattia, come raccontò in un’intervista. Dopo il ricovero in ospedale, qualcuno vociferò la presenza di qualche “problema neurovegetativo”. In verità si trattava di alcune complicanze di origine virale che lo costrinsero a letto per diverse settimane. “Non ho avuto paura, ma vedi le difficoltà che hai. Uno come me che ha fatto undici anni di seguito in campo e non riuscivo ad alzarmi dal letto. Dici “che cavolo succede?”. Ne sono uscito lavorando consapevolmente e facendo quello che si poteva fare”.
Anche nella sofferenza si distingue come sempre per la sua semplicità e per la sua umiltà.
Semplicemente Dino Zoff..!!!!



