TUTTI GLI UOMINI DELLA SIGNORA: GIANLUCA VIALLI
(Amarcord a cura di Massimiliano Fantasia)
Gianluca Vialli nasce da una famiglia di origine borghese a Cremona il 9/07/1964.La sua è stata una felice infanzia di provincia,dove tutto era a misura d’uomo, le corse in bicicletta su e giù per le campagne le belle sere d estate con gli amici di sempre quando era sufficiente una chitarra un disco e lo stare insieme per essere felici,il castello di Grumello Cremonese dove ha abitato negli anni della sua giovinezza,si racconta ababia più di 60 stanze, quindi i primi calci ad un pallone quando non aveva ancora compiuto 9 anni, naturalmente questo avveniva all’ oratorio Cristo Re come succedeva un po’ per tutti i bambini del posto, ovviamente il capitano non poteva essere che Padre Arcangelo Scaglioni ,che ha saputo regalare un infanzia serena e spensierata ai tanti ragazzini che frequentavano la sua Chiesa..con la squadra della parrocchia arrivano anche i primi successi e quei riconoscimenti che non avranno avuto magari un grande valore ma certamente lasciavano intendere di come sotto quella testa piena di riccioli c era un ragazzino che il goal lo ha sempre avuto nel sangue e ha sempre lavorato per migliorarsi perché il suo sogno neanche troppo nascosto, è sempre stato quello di poter un giorno diventare un grande attaccante e magari poter arrivare a giocare in serie A ..il Pizzighettone gli fa firmare il suo primo contratto quando militava in Prima categoria quindi l incontro che in qualche modo gli cambierà la vita,quello con Domenico Luzzara presidente della Cremonese che decide di ingaggiarlo che non era ancora maggiorenne…Nella squadra della sua città natale inizia la carriera, arrivando a disputare 4 campionati in prima squadra, contrassegnati da due promozioni: dalla C1 alla B nel 1980-81 e dalla B alla A nel 1983-84. Nell’estate del 1984 il passaggio alla Sampdoria di Paolo Mantovani con la quale esordisce in Serie A il 16 settembre, proprio contro i grigiorossi: la partita si gioca a Genova e finisce 1-0 per i padroni di casa grazie ad una rete di Grame Souness direttamente su calcio di punizione.
Gianluca Vialli nasce da una famiglia di origine borghese a Cremona il 9/07/1964.La sua è stata una felice infanzia di provincia,dove tutto era a misura d’uomo, le corse in bicicletta su e giù per le campagne le belle sere d estate con gli amici di sempre quando era sufficiente una chitarra un disco e lo stare insieme per essere felici,il castello di Grumello Cremonese dove ha abitato negli anni della sua giovinezza,si racconta ababia più di 60 stanze, quindi i primi calci ad un pallone quando non aveva ancora compiuto 9 anni, naturalmente questo avveniva all’ oratorio Cristo Re come succedeva un po’ per tutti i bambini del posto, ovviamente il capitano non poteva essere che Padre Arcangelo Scaglioni ,che ha saputo regalare un infanzia serena e spensierata ai tanti ragazzini che frequentavano la sua Chiesa..con la squadra della parrocchia arrivano anche i primi successi e quei riconoscimenti che non avranno avuto magari un grande valore ma certamente lasciavano intendere di come sotto quella testa piena di riccioli c era un ragazzino che il goal lo ha sempre avuto nel sangue e ha sempre lavorato per migliorarsi perché il suo sogno neanche troppo nascosto, è sempre stato quello di poter un giorno diventare un grande attaccante e magari poter arrivare a giocare in serie A ..il Pizzighettone gli fa firmare il suo primo contratto quando militava in Prima categoria quindi l incontro che in qualche modo gli cambierà la vita,quello con Domenico Luzzara presidente della Cremonese che decide di ingaggiarlo che non era ancora maggiorenne…Nella squadra della sua città natale inizia la carriera, arrivando a disputare 4 campionati in prima squadra, contrassegnati da due promozioni: dalla C1 alla B nel 1980-81 e dalla B alla A nel 1983-84. Nell’estate del 1984 il passaggio alla Sampdoria di Paolo Mantovani con la quale esordisce in Serie A il 16 settembre, proprio contro i grigiorossi: la partita si gioca a Genova e finisce 1-0 per i padroni di casa grazie ad una rete di Grame Souness direttamente su calcio di punizione.
Il suo arrivo coincide con il periodo d’oro della società blucerchiata, ancora a secco di vittorie sia a livello nazionale che internazionale. Negli 8 anni di permanenza conquista la bellezza di 3 Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, uno scudetto e una Supercoppa di Lega.E arriviamo al maggio del 1986,Gianluca Vialli è a Napoli dove con la nazionale deve affrontare in amichevole la Cina,ultima amichevole prima della partenza degli azzurri per il Messico.Adriano Galliani invita il presidente Paolo Mantovani ad Arcore proprio per parlare di Vialli., A quell’ incontro è presente Silvio Berlusconi che per l attaccante blucerchiato stravede,le parti sembrano trovare l accordo alla Sampdoria andranno qualcosa come 20 miliardi oltre al cartellino di Cimmino protagonista di un grande campionato con la maglia dell’ Ascoli ma di proprietà del Milan.Il lunedì Vialli torna a Genova,gli azzurri hanno qualche giorno di libertà prima di partire per il Messico dove si disputeranno i campionati del Mondo.Vialli era già stato informato dell’accordo raggiunto con il Milan dal suo presidente,ci fu un incontro nell’ ufficio di Mantovani a Villa Candida qui il giocatore non nascose tutto il suo disappunto, implorò il presidente fino a convincerlo a non lasciarlo partire.,Mantovani è stato un grande presidente ,con i calciatori della Sampdoria ha sempre avuto un rapporto come tra un padre ed un figlio e soprattutto a Vialli e Mancini era legatissimo. La scelta di Vialli tra l altro, non lo sorprese più di tanto, sapeva come il ragazzo fosse innamorato della Sampdoria,quei ragazzacci si narra avessero stretto un patto, nessuno se ne sarebbe andato dalla Sampdoria fino a quando non avrebbero vinto uno scudetto.Vialli incontrò Galliani ma pur ritenendosi onorato dell’ interesse di una squadra con la storia del Milan,gli comunico ‘ di voler rimanere alla Sampdoria perche’era certo che da nessun altra parte si sarebbe trovato altrettanto bene come a Genova per il suo ambiente,la sua cucina e soprattutto il suo mare. E poi adesso la Sampdoria era una grande squadra, nessuno considerava più quei ragazzacci dei piccoli viziati perennemente con la testa fra le nuvole. Gianluca si era messo in testa di vincere in blucerchiato, poi ci avrebbe pensato.
La delusione più grande arriva proprio il giorno della sua ultima partita con la maglia della Sampdoria, la finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona a Wembley persa 1-0 ai tempi supplementari, pochi minuti dopo la sua uscita dal campo. Vialli visse una serata particolare,in quella che doveva essere la notte più bella per la Genova blucerchiata,il suo giocatore simbolo si inceppo’tradento un po’ tutte quelle che erano le aspettative degli oltre 30 mila tifosi blucerchiati a seguito della squadra ma nn solo,quella sera la palla non ne volle sapere di entrare malgrado Gianluca si danno’ l anima come al suo solito,ma niente si vede che era destino così si chiude nel modo peggiore una delle più belle favole del calcio italiano,il giorno dopo, nel primo pomeriggio, Vialli è nel ufficio di Giampiero Boniperti, Mantovani lo aveva voluto informare personalmente,questa volta le cose stavano diversamente per Vialli nella Sampdoria non c era più posto il suo era un sacrificio a questo punto inevitabile.Alla Juventus trascorrerà 4 anni,acquistato per giocare al fianco di Roberto Baggio e combattere lo strapotere del Milan è costretto inizialmente a vivere un lungo periodo di appannamento.Trapattoni lo costringe a giocare più defilato per sfruttare la potenza di Pierluigi Casiraghi prima e di Fabrizio Ravanelli in seguito.Gianluca entrerà ben presto in crisi,tanto che anche il suo rendimento in campo ne risentirà.
Vialli, all’inizio, vive Torino sognando Genova. Il mare di Nervi è tutta un’altra cosa rispetto al Po e la Juventus è molto lontana dal Pianeta Samp, dove Boskov lasciava vivere tranquillamente i giocatori. Nella sua seconda stagione in bianconero, soffre meno la mancanza del mare, ma subisce una serie incredibile di infortuni, tanto da mettere in discussione il prosieguo della carriera. In società si parla di lui come di un ex e Trapattoni, quando emigra in Germania, è convinto che Gianluca sia un giocatore sul viale del tramonto.
Nei primi due anni di Juventus lo stesso Gianluca Vialli si sentiva un po’ come “Brancaleone alle crociate” e non capiva.Era un continuo farsi la stessa domanda, Ma come? Investi miliardi e poi mi fai allenare su un campo di patate, con poca assistenza e mi lasci da solo a preoccuparmi di tutto? Vialli ha bisogno di un profeta,quello che sarebbe dovuto essere il codino, se pensa troppo finisce inevitabilmente con non rendere come è nelle sue possibilità, è un ossessivo, troppo perfezionista. E si deprime. Vialli ha bisogno di pensare a giocare e basta.Come succederà a partire dalle estate del 1994 con l avvento di Marcello Lippi, attorno si ritrovò uno staff competente che decideva per tuttii. Il suo profeta all improvviso era diventata la società Juventus,Luciano Moggi Roberto Bettega,Antonio Giraudo dirigenti che sapevano cosa ci voleva per tornare a vincere e Lippi era l’uomo chiave.
Lippi e la cura Ventrone lo rimettono in perfetta linea con le esigenze di un calcio atletico e tecnico al tempo stesso. Vedendolo tirato a lucido nel ritiro di Villar Perosa, l’Avvocato Giovanni Agnelli, rivolto a Lippi dice: «Scusi, ma questo Vialli quando è arrivato alla Juventus era grasso come un tacchino, adesso è magro, bello, corre e segna. Cosa gli avete fatto?».
Lippi conosce la cura adatta a guarire tutti i mali di Vialli. Il tecnico gli dichiara la propria stima e lo ripulisce da un aspetto fisico non certo consono a un grande campione come lui. Vialli ritrova lo scatto e quell’elasticità atletica che a Genova gli avevano permesso gol impossibili in acrobazia. A 31 anni vola prima sullo scudetto senza dimenticarci della vittoria in Coppa Italia quindi sulla tanto agognata Coppa dei Campioni,che vanno ad aggiungersi alla coppa Uefa e ad una Supercoppa di lega. Gianni Agnelli ora è entusiasta e non esita a paragonarlo a Gigi Riva.
Grande combattente e trascinatore, le tifoserie per le quali ha giocato hanno sempre riconosciuto in lui un esempio da additare agli altri e lo hanno perdonato nei periodi di cali di forma. Uno degli ultimi modelli di bandiera di una squadra, di giocatore capace di trascinare 11 giocatori con la stessa maglia alla ricerca di un unico obiettivo: la vittoria.
Fare il capitano della Juventus è una grandissima soddisfazione, ma anche una grande responsabilità; ci sono molti oneri, ma anche molti onori.Ma quella fascia al braccio portata con un grande senso di appartenenza gli darà una carica psicologica notevole, perché lo farà sentire in dovere di dare sempre tutto quello che ha dentro; la fascia di capitano ti impone di cercare di non essere criticabile, negli atteggiamenti e nel rendimento. Poi, siccome nessuno è perfetto, è difficile per chiunque riuscire a svolgere questo ruolo ogni qual volta nel migliore dei modi, però l’importante è cercare sempre di farcela,e Vialli non è mai stato uno che si tirava indietro.
A Genova era più di Mancini. Vialli era il culmine di un progetto, di una squadra irriverente e meravigliosa. Con Pagliuca, Mannini, Pari, Vierchowod, Lombardo, Dossena, Cerezo. Quella di Boskov e di Paolo Mantovani. Luca è stato l’anima più di Mancio per i gol e perché Roberto c’era stato prima di lui e ci sarebbe stato anche dopo di lui. Vialli no, fu quella Sampdoria. Destro, sinistro, dribbling, testa, rovesciata. Luca segnava in ogni modo. È stato uno di quelli che ha cambiato il modo di giocare degli attaccanti italiani; la congiunzione tra la generazione dei Paolo Rossi e quella dei Francesco Totti.
Alla Juventus non ha cambiato solo la muscolatura che Zeman ha sempre giudicato sospetta. A Torino, Vialli ha creato un modello per se stesso e poi per tutti gli altri. A 30 anni, campione strapagato e celebre, tornava a coprire a centrocampo come uno che doveva prendersi il posto in prima squadra. Così come si è preso il diploma; da ragazzo aveva abbandonato gli studi al penultimo anno da geometra, a Cremona. Si presentò all’esame nel 1993; 42-60. Per la mamma che ci teneva, per se stesso che, forse, l’aveva preso come un insulto alla sua intelligenza.
Gianluca ha sempre avuto un rapporto contraddittorio con la maglia della Nazionale: i vari commissari tecnici che hanno allenato l’Italia non hanno mai potuto prescindere dalle sue grandi doti dinamiche ed esplosive ma, alcune volte, è stato confinato in panchina, come ad esempio nei Mondiali casalinghi del 1990. Dovevano rappresentare la sua consacrazione a livello mondiale, ma fu costretto a farsi da parte per lasciare spazio al momento magico di Totò Schillaci. Le sue caratteristiche naturali di grande leader in campo hanno sempre fatto di lui un personaggio scomodo per le squadre nelle quali ha militato, soprattutto in relazione agli allenatori: da ricordare a tal proposito il conflittuale rapporto con Arrigo Sacchi, alla guida della Nazionale dopo la gestione di Vicini.
Dentro il suo armadietto negli spogliatoi dello Stadio Comunale, Vialli teneva una piccola fotografia di Arrigo Sacchi, come stimolo a dimostrare all’allora commissario tecnico, che averlo escluso dalla Nazionale era stato un clamoroso errore. E tale si rivelò alla luce del tormentato Mondiale di USA ‘94, con il drammatico epilogo ai calci di rigore, e del successivo Europeo, due anni dopo in Inghilterra, culminato con l’eliminazione nella prima fase. Per spiegare il suo divorzio da Sacchi, Vialli si rivolse a chi gli chiedeva con una battuta «Forse eravamo due galli nello stesso pollaio». E si tolse la soddisfazione di far capire a Sacchi, intenzionato a richiamarlo in azzurro a patto che il resto della squadra lo accettasse, che ne avrebbe volentieri fatto a meno.
Gullit, diventato allenatore-giocatore del Chelsea, chiede al club di ingaggiare Vialli, all’indomani del trionfo della Juventus in Champions League. Il feeling fra i due dura poco, tanto che Vialli è spesso escluso dalla formazione titolare. Umiliato ma non domo, Gianluca prepara, in silenzio, la sua rivincita. Con pazienza, aspetta il suo momento, che non tarda ad arrivare. La squadra londinese non gira e Gullit è licenziato dal Chelsea, che, nel febbraio del 1998, rilancia Vialli. Nella doppia veste di giocatore-allenatore, guida il Chelsea alla conquista della seconda Coppa delle Coppe, dopo aver eliminato in semifinale il Vicenza dei miracoli di Guidolin. Nello stesso anno vince la Coppa di Lega inglese e una Supercoppa Europea. Il tutto si aggiunge a una Coppa d’Inghilterra cui aveva contribuito nel 1997 come centravanti.
Vialli sfiora anche la finalissima di Champions League, dopo aver fatto fuori la Lazio nei quarti, quasi fosse un’altra vendetta da consumare nei confronti delle squadre italiane. E torna persino a indossare i panni del calciatore, sia pure come saltuariamente, per il suo derby personale con il suo grande amico Roberto Mancini, approdato anche lui nella terra di Albione. Dichiara a “La Stampa”: «Beh, se elimino squadre italiane dimostro che, quando me ne andai dalla Juventus, non lo feci per un posto comodo in un calcio di Serie B, come qualcuno vedeva il football inglese».
All’Inghilterra ha sempre detto “grazie”, per avergli dato la possibilità di entrare, da allenatore del Chelsea, in un supermercato ed esserci rimasto 3 ore da uomo qualunque senza che nessuno gli rompesse le scatole oppure perché poteva andare a prendersi i biglietti del cinema e tornare a casa con il taxi pubblico.
Il Watford di Elton John ha rimesso in discussione tutto. Ha scelto la Serie B, perché ci doveva essere un progetto, un’idea, un futuro, ma c’era solo un nome vuoto. Luca ha smesso di allenare lì, alla periferia della metropoli che adora. Ha cercato una squadra senza candidarsi davvero; desiderava che qualcuno dall’Italia lo chiamasse. L’hanno fatto, ma non quelle che avrebbe desiderato lui. Ha sperato nella Nazionale del dopo Lippi e nella Juventus del dopo Moggi.
Non è andata, forse perché non è un tipo facile per una società, per un presidente e per un direttore sportivo, perché è popolare e allora scomodo, perché dice di non aver avuto mai un padrone e, probabilmente, è vero.A dargli la possibilità di rientrare nel giro è stato il suo fraterno amico Roberto Mancini,CT della nazionale lo ha proposto per il ruolo di accompagnatore della nazionale e insieme è come fossero tornati indietro di 30 anni ,e quella notte a Wembley il primo pensiero è stato per i tanti tifosi della Sampdoria che meritavano quella coppa e naturalmente i tanti amici che videro quella notte cancellati tutti i loro Gianluca Vialli ci ha lasciato il 6/01 scorso,da qualche giorno era ricoverato in una clinica per il peggiorarsi delle sue condizioni di salute,il tumore al pancreas era tornato e questa volta non aveva nessuna intenzione di piegarsi ma Gianluca mai,nemmeno per un momento aveva pensato ad arrendersi,da gladiatore quale ha sempre dimostrato di essere,ma questa i
Vialli, all’inizio, vive Torino sognando Genova. Il mare di Nervi è tutta un’altra cosa rispetto al Po e la Juventus è molto lontana dal Pianeta Samp, dove Boskov lasciava vivere tranquillamente i giocatori. Nella sua seconda stagione in bianconero, soffre meno la mancanza del mare, ma subisce una serie incredibile di infortuni, tanto da mettere in discussione il prosieguo della carriera. In società si parla di lui come di un ex e Trapattoni, quando emigra in Germania, è convinto che Gianluca sia un giocatore sul viale del tramonto.
Nei primi due anni di Juventus lo stesso Gianluca Vialli si sentiva un po’ come “Brancaleone alle crociate” e non capiva.Era un continuo farsi la stessa domanda, Ma come? Investi miliardi e poi mi fai allenare su un campo di patate, con poca assistenza e mi lasci da solo a preoccuparmi di tutto? Vialli ha bisogno di un profeta,quello che sarebbe dovuto essere il codino, se pensa troppo finisce inevitabilmente con non rendere come è nelle sue possibilità, è un ossessivo, troppo perfezionista. E si deprime. Vialli ha bisogno di pensare a giocare e basta.Come succederà a partire dalle estate del 1994 con l avvento di Marcello Lippi, attorno si ritrovò uno staff competente che decideva per tuttii. Il suo profeta all improvviso era diventata la società Juventus,Luciano Moggi Roberto Bettega,Antonio Giraudo dirigenti che sapevano cosa ci voleva per tornare a vincere e Lippi era l’uomo chiave.
Lippi e la cura Ventrone lo rimettono in perfetta linea con le esigenze di un calcio atletico e tecnico al tempo stesso. Vedendolo tirato a lucido nel ritiro di Villar Perosa, l’Avvocato Giovanni Agnelli, rivolto a Lippi dice: «Scusi, ma questo Vialli quando è arrivato alla Juventus era grasso come un tacchino, adesso è magro, bello, corre e segna. Cosa gli avete fatto?».
Lippi conosce la cura adatta a guarire tutti i mali di Vialli. Il tecnico gli dichiara la propria stima e lo ripulisce da un aspetto fisico non certo consono a un grande campione come lui. Vialli ritrova lo scatto e quell’elasticità atletica che a Genova gli avevano permesso gol impossibili in acrobazia. A 31 anni vola prima sullo scudetto senza dimenticarci della vittoria in Coppa Italia quindi sulla tanto agognata Coppa dei Campioni,che vanno ad aggiungersi alla coppa Uefa e ad una Supercoppa di lega. Gianni Agnelli ora è entusiasta e non esita a paragonarlo a Gigi Riva.
Grande combattente e trascinatore, le tifoserie per le quali ha giocato hanno sempre riconosciuto in lui un esempio da additare agli altri e lo hanno perdonato nei periodi di cali di forma. Uno degli ultimi modelli di bandiera di una squadra, di giocatore capace di trascinare 11 giocatori con la stessa maglia alla ricerca di un unico obiettivo: la vittoria.
Fare il capitano della Juventus è una grandissima soddisfazione, ma anche una grande responsabilità; ci sono molti oneri, ma anche molti onori.Ma quella fascia al braccio portata con un grande senso di appartenenza gli darà una carica psicologica notevole, perché lo farà sentire in dovere di dare sempre tutto quello che ha dentro; la fascia di capitano ti impone di cercare di non essere criticabile, negli atteggiamenti e nel rendimento. Poi, siccome nessuno è perfetto, è difficile per chiunque riuscire a svolgere questo ruolo ogni qual volta nel migliore dei modi, però l’importante è cercare sempre di farcela,e Vialli non è mai stato uno che si tirava indietro.
A Genova era più di Mancini. Vialli era il culmine di un progetto, di una squadra irriverente e meravigliosa. Con Pagliuca, Mannini, Pari, Vierchowod, Lombardo, Dossena, Cerezo. Quella di Boskov e di Paolo Mantovani. Luca è stato l’anima più di Mancio per i gol e perché Roberto c’era stato prima di lui e ci sarebbe stato anche dopo di lui. Vialli no, fu quella Sampdoria. Destro, sinistro, dribbling, testa, rovesciata. Luca segnava in ogni modo. È stato uno di quelli che ha cambiato il modo di giocare degli attaccanti italiani; la congiunzione tra la generazione dei Paolo Rossi e quella dei Francesco Totti.
Alla Juventus non ha cambiato solo la muscolatura che Zeman ha sempre giudicato sospetta. A Torino, Vialli ha creato un modello per se stesso e poi per tutti gli altri. A 30 anni, campione strapagato e celebre, tornava a coprire a centrocampo come uno che doveva prendersi il posto in prima squadra. Così come si è preso il diploma; da ragazzo aveva abbandonato gli studi al penultimo anno da geometra, a Cremona. Si presentò all’esame nel 1993; 42-60. Per la mamma che ci teneva, per se stesso che, forse, l’aveva preso come un insulto alla sua intelligenza.
Gianluca ha sempre avuto un rapporto contraddittorio con la maglia della Nazionale: i vari commissari tecnici che hanno allenato l’Italia non hanno mai potuto prescindere dalle sue grandi doti dinamiche ed esplosive ma, alcune volte, è stato confinato in panchina, come ad esempio nei Mondiali casalinghi del 1990. Dovevano rappresentare la sua consacrazione a livello mondiale, ma fu costretto a farsi da parte per lasciare spazio al momento magico di Totò Schillaci. Le sue caratteristiche naturali di grande leader in campo hanno sempre fatto di lui un personaggio scomodo per le squadre nelle quali ha militato, soprattutto in relazione agli allenatori: da ricordare a tal proposito il conflittuale rapporto con Arrigo Sacchi, alla guida della Nazionale dopo la gestione di Vicini.
Dentro il suo armadietto negli spogliatoi dello Stadio Comunale, Vialli teneva una piccola fotografia di Arrigo Sacchi, come stimolo a dimostrare all’allora commissario tecnico, che averlo escluso dalla Nazionale era stato un clamoroso errore. E tale si rivelò alla luce del tormentato Mondiale di USA ‘94, con il drammatico epilogo ai calci di rigore, e del successivo Europeo, due anni dopo in Inghilterra, culminato con l’eliminazione nella prima fase. Per spiegare il suo divorzio da Sacchi, Vialli si rivolse a chi gli chiedeva con una battuta «Forse eravamo due galli nello stesso pollaio». E si tolse la soddisfazione di far capire a Sacchi, intenzionato a richiamarlo in azzurro a patto che il resto della squadra lo accettasse, che ne avrebbe volentieri fatto a meno.
Gullit, diventato allenatore-giocatore del Chelsea, chiede al club di ingaggiare Vialli, all’indomani del trionfo della Juventus in Champions League. Il feeling fra i due dura poco, tanto che Vialli è spesso escluso dalla formazione titolare. Umiliato ma non domo, Gianluca prepara, in silenzio, la sua rivincita. Con pazienza, aspetta il suo momento, che non tarda ad arrivare. La squadra londinese non gira e Gullit è licenziato dal Chelsea, che, nel febbraio del 1998, rilancia Vialli. Nella doppia veste di giocatore-allenatore, guida il Chelsea alla conquista della seconda Coppa delle Coppe, dopo aver eliminato in semifinale il Vicenza dei miracoli di Guidolin. Nello stesso anno vince la Coppa di Lega inglese e una Supercoppa Europea. Il tutto si aggiunge a una Coppa d’Inghilterra cui aveva contribuito nel 1997 come centravanti.
Vialli sfiora anche la finalissima di Champions League, dopo aver fatto fuori la Lazio nei quarti, quasi fosse un’altra vendetta da consumare nei confronti delle squadre italiane. E torna persino a indossare i panni del calciatore, sia pure come saltuariamente, per il suo derby personale con il suo grande amico Roberto Mancini, approdato anche lui nella terra di Albione. Dichiara a “La Stampa”: «Beh, se elimino squadre italiane dimostro che, quando me ne andai dalla Juventus, non lo feci per un posto comodo in un calcio di Serie B, come qualcuno vedeva il football inglese».
All’Inghilterra ha sempre detto “grazie”, per avergli dato la possibilità di entrare, da allenatore del Chelsea, in un supermercato ed esserci rimasto 3 ore da uomo qualunque senza che nessuno gli rompesse le scatole oppure perché poteva andare a prendersi i biglietti del cinema e tornare a casa con il taxi pubblico.
Il Watford di Elton John ha rimesso in discussione tutto. Ha scelto la Serie B, perché ci doveva essere un progetto, un’idea, un futuro, ma c’era solo un nome vuoto. Luca ha smesso di allenare lì, alla periferia della metropoli che adora. Ha cercato una squadra senza candidarsi davvero; desiderava che qualcuno dall’Italia lo chiamasse. L’hanno fatto, ma non quelle che avrebbe desiderato lui. Ha sperato nella Nazionale del dopo Lippi e nella Juventus del dopo Moggi.
Non è andata, forse perché non è un tipo facile per una società, per un presidente e per un direttore sportivo, perché è popolare e allora scomodo, perché dice di non aver avuto mai un padrone e, probabilmente, è vero.A dargli la possibilità di rientrare nel giro è stato il suo fraterno amico Roberto Mancini,CT della nazionale lo ha proposto per il ruolo di accompagnatore della nazionale e insieme è come fossero tornati indietro di 30 anni ,e quella notte a Wembley il primo pensiero è stato per i tanti tifosi della Sampdoria che meritavano quella coppa e naturalmente i tanti amici che videro quella notte cancellati tutti i loro Gianluca Vialli ci ha lasciato il 6/01 scorso,da qualche giorno era ricoverato in una clinica per il peggiorarsi delle sue condizioni di salute,il tumore al pancreas era tornato e questa volta non aveva nessuna intenzione di piegarsi ma Gianluca mai,nemmeno per un momento aveva pensato ad arrendersi,da gladiatore quale ha sempre dimostrato di essere,ma questa i
la partita è andata diversamente da come avremmo voluto, è mancata la deviazione vincente quella che forse ci avrebbe permesso di raccontare un altra partita.Ciao Luca.
|
RispondiInoltra
|



