(Generoso Petrillo)
ROBERTO: IL DIVIN CODINO, IL CAMPIONE, L’UOMO
Nel nostro amarcord di oggi ci occuperemo di Roberto Baggio, un uomo che non ha certo bisogno di presentazioni ma le cui gesta non possono non essere ripercorse all’interno di una narrazione auspicabilmente squisita e densa di profondità, proprio come lo è stato lui. Soprannominato dall’Avvocato Agnelli “Raffaello” per la sua eleganza calcistica e “Divin codino” per la sua caratteristica acconciatura, Roberto Baggio lega una buona parte della sua carriera alla Juventus con il raggiungimento di un obiettivo individuale sostanziale come il pallone d’oro, assegnatogli nel 1993.
Roberto nasce il 18 febbraio 1967 a Caldogno, situato nella pianura veneta in provincia di Vicenza. Sesto di otto figli, Roberto viene educato dalla classica famiglia lavoratrice veneta da papà Florindo e mamma Matilde. Florindo, appassionato di ciclismo e calcio, assegnò il nome di Roberto al proprio figlio in onore di Boninsegna, vecchia gloria di Inter e Juventus.
Carriera calcistica nei club
Amante del calcio sin da piccolo e con Zico come idolo di riferimento, Baggio iniziò a giocare nella squadra del suo paese, ma all’età di 13 anni andrà ad unirsi alla formazione Beretti del Lanerossi Vicenza per la modica cifra di 500.000 lire, arrivando a giocare in prima squadra in meno di due anni ed esordendo contro il Rimini di Sacchi in C1 nel 1983. Presto Baggio diventa una colonna portante del Vicenza in serie B, ma comincerà a fare spesso i conti con quei maledetti infortuni che l’hanno perseguitato: il 5 maggio 1985 contro il Rimini allenato sempre da Sacchi arriva il primo crack compromettendo il legamento crociato anteriore del ginocchio destro. Pochi giorni prima dell’infortunio però, Roberto Baggio viene acquistato dalla Fiorentina per 2,7 miliardi di lire e nonostante il grave infortunio, la Fiorentina lo accoglie in ritiro e ne cura la riabilitazione. Gli inizi in maglia viola furono duri perché durante il primo anno nella stagione 1985-86 il giocatore non scende mai in campo se non sporadicamente in coppa Italia e al torneo giovanile di Viareggio. Un altro infortunio, meno grave di entità, fermerà Baggio ai box nella stagione successiva proprio quando il giocatore stava ritornando in forma. Nell’annata 1986-87 presenta senza fronzoli il suo biglietto da visita di divin codino macchiando parzialmente la festa scudetto del Napoli di Maradona nel maggio del 1987, siglando una punizione velenosa e regalò la salvezza alla Fiorentina con un pareggio. Proprio niente male se pensiamo che due anni dopo siglò ancora un altro goal contro gli azzurri maradoniani, realizzando un goal da antologia in cui dribblò tre giocatori prima di insaccare in rete.
Proprio quando sembrava che la relazione tra il divin codino e la viola dovesse spiccare il volo, la proprietà gigliata dei Pontello cedette nel 1990 il giocatore alla nuova Juventus targata Montezemolo e tutti ricordiamo la guerra civile che esplose in quel di Firenze a causa di questa cessione, con il tifo viola che assediò più volte la sede della società gigliata e confermò in quel caso la massima di Wiston Churchill su quanto gli italiani fossero capaci di giocare partite di calcio come fossero guerre.
Arrivato alla Juventus per 25 miliardi di lire più Buso, Baggio costruì un percorso più che discreto alla Juventus anche se l’amore folle con il tifo non esplose mai a causa della sua nostalgia di Firenze. La sciarpa al collo rifiutata al momento della presentazione in conferenza stampa ed il rigore non battuto nella gara contro gli ex, furono una dimostrazione del rapporto non proprio empatico col tifo bianconero. Del resto esistono relazioni che non si scordano mai, come il primo amore, e il suo procuratore Caliendo relativamente alla sciarpa rifiutata commentò così: “Mi ricordo ancora la scena: quando Baggio passò dalla Fiorentina alla Juventus, in conferenza stampa, davanti ai giornalisti gli misero al collo la sciarpa bianconera e lui la gettò via. Fu un gesto imbarazzante. Io dissi che il ragazzo andava compreso: era come se avessero strappato un figlio alla madre. Ammetto che, quella volta, rimasi molto colpito anch’io.”
Baggio esordisce in maglia bianconera contro il Napoli, ancora alla presenza di Maradona, nella stagione 1990-91, imponendosi i partenopei nella finale di Supercoppa Italiana vinta per 5 a 1 ed in cui l’unica marcatura bianconera portava proprio il nome di Baggio. Roberto subì purtroppo lo scempio della stagione di Maifredi e solo con il ritorno del Trap si risolleva: nel 1993 vince da protagonista la coppa Uefa fino a diventare il capitano della compagine bianconera. Ciò gli valse l’assegnazione del trofeo individuale più importante, ossia il Pallone d’Oro 1993. In maglia bianconera, Baggio conquista anche uno scudetto con la prima Juve di Lippi nella stagione 1994-95 ed una Coppa Italia, ma l’avanzata di un certo Del Piero ed un rapporto non sicuramente idilliaco con il mister viareggino, determinarono il passaggio di Baggio al Milan. Bottino finale con i bianconeri di tutto rispetto con 200 presenze e 115 reti, comprensive di tutte le competizioni in totale. Gli infortuni purtroppo continuano e le soddisfazioni sono magre: solo un altro campionato vinto con il Milan nella stagione 1995-96 per chiudere il palmares nei club per Roberto Baggio. Proseguendo, Bologna, Inter (parentesi infelice visto che ritrovò Lippi) e Brescia posero fine alla carriera in serie A di Roberto Baggio, conclusasi ufficialmente nella stagione 2003-2004 in una gara contro il Milan. Sul Brescia però, è necessario spendere delle parole in più: tra le fila delle rondinelle, Roberto incrociò il buon paterno mister Mazzone, col quale nacque subito un feeling che si tramutò in un progetto perfetto che vide il Brescia andare oltre le sue aspettative, qualificandosi all’ottavo posto in classifica nella stagione 2000-2001 e nella quale Baggio siglò 10 reti. Il giocatore diventa subito l’idolo del Rigamonti ed in una squadra che contemplava in campo personaggi come Guardiola, Pirlo, Hubner, Tare e così via, quella formazione finì per divenire la squadra bresciana più nostalgica e romantica in assoluto. Il miracolo bresciano riportò Baggio alla ribalta anche per un posto al suo ipotetico ultimo mondiale di Giappone-Korea 2002, ma l’ennesimo maledetto infortunio al ginocchio subito, indusse l’allora tecnico dell’Italia Trapattoni a decidere di non convocarlo, nonostante Baggio fosse stato capace di riabilitarsi in pochissimi mesi.
Carriera in Nazionale
Gioie e dolori potrebbe essere la sintesi perfetta che traduce la carriera di Baggio in maglia azzurra; prestazioni da leader, accompagnate da, ahinoi, grosse delusioni e zero titoli come direbbe Mourinho. Roberto Baggio ha partecipato alle spedizioni mondiali di Italia 90, Usa 94 e Francia 98. Tolto la competizione giocata in terra nostra in cui gli è stato dato poco spazio, Roberto Baggio diventa a prescindere il simbolo nazionale in maglia azzurra nei mondiali statunitensi del 1994 perché il ragazzo si carica letteralmente l’intera squadra sulle spalle, trascinandola in finale con un ginocchio praticamente fuori uso. Maledetto fu il rigore nella finale contro il Brasile purtroppo, quel maledettissimo rigore che spazzò via le sue eccellenti prestazioni portate avanti fino a quel momento contro la Nigeria (alla quale fece due goal) Bulgaria (altre due reti) e Spagna (una rete). Finale persa, ma senza dubbio, uno spettacolare Baggio che a distanza di anni ha ispirato il gruppo musicale Ultimi Romantici, i quali in un loro testo affermano che ci vuole coraggio nel 94 ad essere Baggio. La mancata convocazione ai mondiali del 2002 fu la stoccata finale che trafisse il giocatore, ma la solidarietà dell’intera nazione italiana a suo favore, fu davvero molto più emozionante e commovente dell’aver sollevato un trofeo internazionale. Trapattoni in quell’occasione affermò che da ct doveva tutelare il gruppo e le condizioni fisiche di Baggio non lo rassicuravano. Tuttavia, il karma in quel mondiale ci ha severamente punito con la maledizione chiamata Byron Moreno….
L’impegno nel sociale e la fede buddhista
Ambasciatore FAO, Baggio è stato promotore di numerose iniziative di beneficenza. Il 9 novembre 2010 gli è stato assegnato il Peace Summit Award 2010, riconoscimento attribuito annualmente da una commissione composta dai Premi Nobel per la pace alla personalità più impegnata verso i più bisognosi, per il suo impegno forte e costante alla pace nel mondo e le relative attività internazionali. Nel maggio 2020, Netflix ha prodotto un suo film autobiografico intitolato “Il divin codino” in cui vengono presentate le tappe più importanti della sua vita e in cui viene dedicato ampio spazio al Baggio uomo. Forse un po’ troppo poco per la sua ampiezza d’animo…magari una serie sarebbe maggiormente rispettosa e realistica del personaggio. Staremo a vedere! Dal 1988, Baggio si è avvicinato alla fede buddhista grazie all’amico fiorentino Maurizio, titolare di un negozio di musica e suo mentore nel sostenerlo durante un complesso periodo della sua giovinezza in cui Roberto pensava di interrompere la carriera a causa degli infortuni. Lo studio, la pratica, l’esercizio sull’innalzamento dello stato vitale ed il lavoro sul raggiungimento degli obbiettivi, ha condotto Baggio ad accogliere in quel mondo anche l’amata Andreina, donna della sua vita, la quale è stata per molto tempo fortemente scettica nei confronti della pratica buddhista e ha faticato a staccarsi dai modelli rigidi del cattolicesimo tradizionale di provincia nel quale sia lei che Roberto erano stati allevati a suon di riti, a tal punto da arrivare ad “odiare” l’amico fiorentino Maurizio. Da oltre 30 anni dunque, Roberto Baggio ha abbracciato il mondo della Soka Gakkai (tradotto liberamente, “società per la creazione di valore”) ossia la scuola laica buddhista giapponese i cui insegnamenti si sono diffusi in tutto il mondo a partire dal 1930. In diversi documentari ed interviste tematiche, Baggio ha spiegato con splendida semplicità quale sia il suo esercizio di fede fondamentale e cosa significhi, ossia la recitazione costante dell’invocazione Nam-Myōhō-



