Sarri

Sir Wiston Churchill diceva “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio“. Vi sembra un’esagerazione? Beh, provate a vedere come si vive il calcio a Napoli.


Se Maurizio Sarri sia consapevole di cosa significhi il motto “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” non possiamo saperlo per certo, quello che ci immaginiamo è che un po’ gli sarà passato per la mente cosa possano ever pensato nel capoluogo campano al momento della firma del contratto che lo legherà alla società bianconera, leader incontrastata della Serie A da 8 anni, la stessa leader che subdolamente, poco più di 12 mesi fa, incolpava di ogni male possibile del calcio nostrano.

Perché, tra l’altro, ha avuto modo di vedere “l’affetto” con cui lo stadio San Paolo, ha accolto Gonzalo Higuaín (che ora, con l’arrivo del toscano, spera di rilanciarsi), quando con la maglia bianconera tornò in quel campo che lo aveva eletto a simbolo.

E se avevano eletto a simbolo un professionista che il campo lo calca senza troppi substrati filosofici, come accoglieranno colui per cui si era arrivati a coniare addirittura un termine? Il Sarrismo. Crasi tra varie filosofie calcistiche estere che vanno per la maggiore negli ultimi anni.

Ora a Napoli ci sono due grandi categorie, quelle che 12 mesi fa avevano già “ripudiato il Comandante” in favore di un più mediatico (e decorato) Ancelotti, e quelli che invece lo fanno adesso sentendosi già con un pezzo di tricolore cucito sul petto. Sentimento comune a un’altra tifoseria che invece ha da poco accolto “un simbolo” di juventinità, quindi non una novità.

Chi “avrà ragione” in termini di vittoria finale è presto per dirlo. È opinabile invece che le filosofie astratte (e/o metafisiche) contino ancora qualcosa nel calcio. La Serie A 2019-00 è lontana dall’aprire i battenti, ma già promette di fare scintille.