Conclusione e ricette “finali”

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Piangere sul latte versato non serve, credere in presunte maledizioni neppure, pensare che andrà sempre nello stesso modo, meno ancora.

Se a dispetto dei vari assetti dirigenziali, allenatori e giocatori che si sono succeduti negli anni, il rapporto tra la Juventus e le finali della Uefa Champions League è apparentabile a un “coitus interruptus”, le ragioni sono ascrivibili alle precise scelte societarie di privilegiare le competizioni nazionali e la salute del bilancio.

All’ombra bianconera della Mole, infatti, prima per aderenza alle strategie economiche-politiche della Casa Madre, poi per una sorta di snobismo verso una competizione non ancora così pregna dei significati che l’hanno elevata a massima espressione del pianeta palla e successivamente per il malinteso concetto di eccezionalità attribuito a un’eventuale vittoria nella stessa, si è generata una forma pensiero, una distorta mentalità, tale per cui, la grolla degli eletti e il nettare di Eupalla ivi contenuto, hanno assunto il tenore di complemento o fantastico corollario a successi che il tifoso/cliente medio considera indispensabili alla salvaguardia della sua gretta, anacronistica, provinciale visione medioevale del calcio.

Poiché la vita è movimento ed evoluzione, anche se troppo lentamente, questa concezione si sta disgregando. La Juventus ha ormai abbandonato quasi del tutto gli antichi abiti di club semplicemente sportivo, per quanto elitario, per indossare le ineludibili vesti di Azienda con ambizioni d’espansione planetaria; un cambio d’immagine che può essere sostenuto e mantenuto, almeno nella fase di startup, con i profitti diretti e indiretti provenienti dalla visibilità che l’agone continentale garantisce, in misura ovviamente non paragonabile a quella prodotta da un campionato di quarta fascia.

Affinché il processo sia coerente, è però fondamentale, inevitabile, il verificarsi di scelte che abiurino un paio di precetti storicamente sedimentati nella governance sabauda: il cosiddetto “braccino corto”, in favore del corteggiamento a campioni di provata levatura internazionale e con una carriera non al capolinea e la perniciosa forma mentis per la quale è preferibile non subire, anziché offendere.

L’Europa ha dimostrato che il calcio praticato sui suoi prati è uno sport diverso da quello ancora in auge nello stivale. Vince chi osa, propone e segna di più; torna a casa con la coda tra le gambe, e sovente nemmeno a testa alta, chi si affida alla speculazione sull’errore altrui, da difendere con le unghie e con i denti sino al triplice fischio finale.

La svolta, per quanto epocale, è diventata cogente. In ordine all’effettiva  e totale convinzione d’intraprenderla, sussistono comunque ragionevoli dubbi, alcuni dei quali, più grossi e grassi di un matrimonio greco, vertono la figura del preposto alla guida tecnica.

Alla corrente sessione estiva di mercato è invece affidato il compito di dissipare le altre perplessità; tuttavia, non è disdicevole presumere che la transizione dallo stato dell’arte a quello auspicabile sarà più lunga del previsto. Forse è ineluttabile che sia così, almeno fino a quando non sarà finalmente chiaro chi è la ciliegia e chi la torta…

Augh.

Ezio MALETTO

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