(FILIPPO VAGLI)

FILOBIANCONERO RACCONTA JUVENTUS – RIVER PLATE 1-0. LA SECONDA COPPA
INTERCONTINENTALE DI MADAMA.

Nell’anno 1996, in un’Italia che spostò il proprio asse politico a sinistra con la vittoria dell’Ulivo di
Romano Prodi nelle elezioni politiche, tre fatti di cronaca scossero profondamente l’opinione
pubblica. Il devasatante incendio che incenerì il teatro La Fenice a Venezia, il proscioglimento di
Pietro Pacciani dopo 1100 giorni di prigionia da presunto colpevole di più omicidi addebitati al
Mostro di Firenze, e l’arrestato di Giovanni Brusca, riconosciuto come la mente della Strage di
Capaci. Attentato di stampo terroristico-mafioso quest’ultimo, compiuto da Cosa Nostra il 23
maggio 1992, in cui persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone e altre quattro
persone: la moglie Francesca Morvillo (anch’essa magistrato) e gli agenti della scorta Vito Schifani,
Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. A Roslin, un villaggio di circa 1.650 della Scozia sud-orientale
venne clonata la pecora Dolly, il primo mammifero riprodotto il laboratorio partendo da una
cellula vivente e negli Stati Uniti d’America Bill Clinton fu rieletto Presidente ignaro che solo un
paio d’anni dopo sarebbe scoppiato il sexgate, lo scandalo che lo coinvolse a causa di un
tradimento extraconiugale con Monica Lewinsky, stagista ventiduenne della Casa Bianca. Due
grandi sportivi fecero parlare di sé oltreoceano: Michael Johnson battendo per due volte il record
del mondo nei 200 metri, Mike Tyson riconquistando il titolo dei pesi massimi sconfiggendo al
terzo round Frank Bruno. In Italia iniziò a farsi strada il nome di Valentino Rossi con l’esordio in
classe 125, e la Juventus vinse la sua seconda Champions League dopo un’entusiasmante finale
disputata contro l’Ajax di Louis Van Gaal. Una Juventus costruita a tavolino dalla “triade” Giraudo –
Moggi – Bettega e sul campo dal tecnico viareggino Marcello Lippi. Un visionario quest’ultimo
capace di far giocare a Madama una calcio avanti almeno dieci anni. Aggressivo, colto, evoluto,
raffinato, basato sulla valorizzazione del talento e sulle idee più che su moduli preconfezionati.
Juventus che nell'estate 1996 fu fortemente rinnovata rispetto a quella che solo pochi mesi prima
aveva vinto la Champions League, nel segno dell’idea illuminante che bisogna cambiare quando si
vince e non quando si arriva a fine ciclo. Partenze dolorose come quella di capitan Vialli al Chelsea,
del suo compagno di reparto Fabrizio Ravanelli (ceduto al Middlesbrough), del metronomo
portoghese Paulo Sousa (direzione Borussia Dortmund) e dei difensori Massimo Carrera e Pietro
Vierchowod in uscita con direzione rispettivamente Bergamo e Perugia. Cessioni compensate
dall’arrivo a Torino del cavallone croato Alen Boksic dalla Lazio, di tre giovani promesse del calcio
italiano come Christian Vieri, Nicola Amoruso, Mark Iuliano, del difensore centrale uruguaiano

Paolo Montero e della “chicca” francese Zinedine Zidane, poeta del centrocampo in arrivo dal
Bordeaux. Vittoria quella del 22 maggio 1996 allo stadio Olimpico di Roma contro l'Ajax che
consentì alla Juventus di andarsi a giocare contro gli argentini del River Plate la Coppa
Intercontinentale a Tokyo, undici anni dopo averla vinta proprio contro un’altra squadra argentina,
l’Argentinos Juniors. River Plate, allenato dalla nostra vecchia conoscenza Ramon Diaz, che arrivò a
quella finale dopo aver avuto la meglio dei colombiani dell’America de Cali grazie ad una doppietta
di Hernan Crespo nella gara di ritorno giocatasi al Monumental di Buenos Aires. Una squadra
tutt’altro che semplice da affrontare che annoverava tra le proprie fila fior di giocatori quali Pablo
Aymar, trequartista di grande qualità, Matias Almeyda mediano di garra e corsa, il “Principe” Enzo
Francescoli, e la punta Julio Cruz, “El Jardinero”. Il 26 novembre 1996 alle 19,10 di Tokyo (11,10 nel
Bel Paese) allo Stadio Nazionale di Tokyo, Marcello Lippi propose una Madama vestita con un 4-3-
1-2 di lotta e di governo. Peruzzi tra i pali, Torricelli e Porrini terzini, Ferrara e Montero difensore
centrali. Deschamps mediano davanti alla difesa con ai suoi lati Angelo Di Livio e Vladimir Jugovic a
supporto di una prima linea composta dal tandem d’attacco Del Piero – Boksic con Zizou Zidane
libero di inventare alle loro spalle. 4-3-1-2 anche per Ramon Diaz con Bonano in porta, Diaz e Sorin
terzini, Ayala e Berizzo al centro della difesa. Montserrat, Astrada, Berti in mezzo al campo,
Francesoli trequartista, Cruz e Ortega di punta. Disposte a specchio le due squadre iniziarono la
partita studiandosi vicendevolmente con Marcello Lippi e Rampon Diaz che sembravano giocare
più una partita a scacchi che di football. Tensione che si evidenziò sia con qualche errore tecnico di
troppo da ambe le parti che da “entrate” non propriamente ortodosse da parte dei duri difensori
argentini. Mammano che passarono i minuti fu la Juventus ad alzare progressivamente il
baricentro, con gli uomini di Lippi che presero possesso della metà campo avversaria prendendo in
mano il pallino del gioco. Con Boksic bravo a svariare su tutto il fronte d’attacco per liberare spazi
per gli inserimenti dei compagni, ma troppo impreciso sotto porta e con il fantasma della regola
non scritta “gol sbagliato, gol subito” che, mammano passavano i minuti, iniziava ad aleggiare sul
capo della Vecchia Signora. A dieci minuti dalla fine il risultato era ancora inchiodato sullo 0-0 e
tutto lasciava presagire ad una replica del 8 dicembre 1985 quando Juventus ed Argentinos Juniors
andarono prima ai tempi supplementari e poi ai calci di rigore. Bianconeri che però, in quei
ventotto mesi di cura Lippi (iniziata nel luglio 1994) avevano maturato non solo una straordinaria
autostima ma anche l’assoluta consapevolezza della propria forza. Certi di poter raggiungere
l’obiettivo che si erano prefissi, con calma e pazienza attesero il momento buono che arrivò al
minuto 81 quando Alex Del Piero decise che era arrivato il momento di consegnarsi alla storia.

Soldatino di Livio, uno dei migliori in campo in quella finale, si occupò di battere un calcio d’angolo
che Boksic deviò quel tanto necessario per far arrivare la sfera sui piedi di Pinturicchio che dopo
aver addomesticato il pallone infilò Bonano sul palo più lontano con un tiro di classe ed eleganza
capace di risolvere una partita che sembrava non volersi sbloccare. Gli argentini ebbero nove
minuti di tempo più recupero per pareggiare i conti. Ci provarono con tutte le loro forze ma in
fortino bianconero resse grazie alla perfetta fase difensiva organizzata da mister Lippi e la Juventus
per la seconda volta nella sua storia salì sul tetto del mondo. Lo fece al termine di una partita
tatticamente perfetta, intensa, coraggiosa, con l’unico neo delle troppe occasioni sbagliate che
avrebbero potuto costarle caro. 26 novembre 1996: giorno in cui mentre gli italiani si
apprestavano ad andarsene in pausa pranzo Alessandro Del Piero si autoproclamò imperatore del
Giappone entrando per sempre nell’anima di tutti i gobbi del mondo. Champions League e Coppa
Intercontinentale nello stesso anno solare, un’annata magica all’interno di un ciclo vincente,
sapientemente costruito a tavolino dalla triade Giraudo – Moggi Bettega e sul campo da Marcello
Lippi. Una vera e propria corazzata quella Juventus, composta da un solidissimo zoccolo duro di
juventinità. Un perfetto mix tra gregari, campioni, un quantitativo di personalità impressionante,
un condottiero in panchina e un ventiduenne di Conegliano, di nome Alessandro e di cognome Del
Piero, ad illuminare le serate di quella grande squadra. Una squadra capace soltanto sei mesi
prima di conquistare la Champions League per entrare di diritto nell’albo delle squadre
leggendarie dopo questa straordinaria vittoria.