Heysel
29 maggio 1985 – Bruxelles: Stadio Heysel, Finale Coppa Campioni Juventus vs Liverpool

Un Sogno infranto

Il ricordo di Giorgio De Francesco

Maggio 1985, nel pieno della preparazione per l’esame di stato il 29 a Bruxelles la Juve deve giocare la finale di Coppa Campioni contro il Liverpool, e io contro il parere di genitori, professori e amici parto perché non volevo perdermi quella che doveva essere una grande festa e la prima vittoria della Coppa dalle grandi orecchie“.

L’anno prima ero stato a Basilea per la finale di Coppa delle Coppe vinta contro il Porto e giurai a me stesso che se la Juve fosse arrivata in finale l’anno successivo ci sarei andato, e quindi iniziai da subito a conservare i soldi risparmiandoli dalla paghetta settimanale. Iniziò così un lungo viaggio in treno da Napoli a Milano, tra scioperi, incendio di una carrozza alle porte di Roma e tante risate con due ragazze australiane che cantavano canzoni napoletane. A Milano mi aspettava un posto su uno dei tanti pullman in partenza per Bruxelles, e così dopo quasi ventiquattro ore di viaggio mi ritrovai in Belgio con migliaia di altri italiani provenienti da tutta Italia e molte parti di Europa tutti in festa nelle strade e nelle piazze della città: intere famiglie, giovani, donne anziani, tutti con almeno una sciarpa della Juve. Ma tanti erano anche i tifosi del Liverpool e molto più rumorosi di noi italiani. Fin dal mattino molti tifosi inglesi mi chiedevano di scambiare la mia maglia bianconera numero 10 di Platini con una dei Reds, ma ero irremovibile volevo entrare allo stadio vestito bianconero. Poi un ragazzo, giovane come me, mi pregò quasi e mi offrì maglietta, sciarpa, cappello, foulard e maglione del Liverpool e mi ritrovai vestito di rosso invece che bianconero!“.

Ricordo la Gran Place piena zeppa di tifosi bianconeri, a migliaia che cantavamo i cori della nostra squadra e ricordo ancora la forza dell’urlo dei tifosi inglesi che se pur in netta minoranza a tratti ci sovrastavano. All’inizio erano tranquilli, persino simpatici ma bevevano tanto, tantissimo e nonostante il divieto di vendita di alcolici molti di loro camminavano bevendo e portando sotto braccio una cassa di birre. Così capimmo che era meglio cambiare aria e di dirigerci verso lo stadio“.

Li nonostante il grande flusso di tifosi che ormai erano presenti da ore fuori allo stadio Heysel gli organizzatori decisero di non aprire i cancelli in anticipo e quindi eravamo li accalcati davanti lo stadio in attesa. Io avevo il biglietto del settore “M“ la curva opposta al famigerato settore “Z”. Siccome iniziavamo a spazientirci e a protestare per la mancata apertura dei cancelli di ingresso la polizia belga pensò bene di farsi una “passeggiata” a cavallo tra la gente con il risultato che i cavalli impauriti iniziarono a scalciare e ad impennarsi. Qualcuno a quel punto decise di far aprire i cancelli, ma era talmente la calca che spingeva e scappava dai cavalli che molti entrammo allo stadio senza nemmeno tirare fuori il biglietto dalla tasca. Infatti lo conservo ancora intatto“.

Una volta dentro pensammo ok è fatta, ignari di quello che da lì a poco sarebbe successo sotto i nostri occhi. Ricordo le gradinate dell’Heysel erano scomode e fatiscenti ma era così tanta la gioia che avrei guardato la partita anche seduto sui chiodi. Poi all’improvviso succede qualcosa nella curva di fronte a noi, gli inglesi invadono il reparto degli italiani che scappano. Molti invadono il campo vengono verso di noi e gli altri settori“.

Il resto lo conoscete bene avendolo visto meglio di noi in diretta TV. Noi non capimmo niente, le notizie erano poche e discordanti, non c’erano cellulari, solo un tam tam di voci. Alcune riportavano notizie di feriti, altre di qualche morto, altre, alle quali non credemmo, di una carneficina. Gli ultrà del mio settore invasero il campo per andare a vendicare i fratelli feriti ma furono fermati a metà campo. In quella confusione totale arriva il comunicato di Gaetano Scirea; la partita si gioca. Pensammo, volemmo pensare che le voci vere erano quele meno tragiche“.

Poi la partita, iniziata con molto ritardo, in un’atmosfera surreale, il rigore, il goal, la vittoria, persino il giro d’onore. Ma si non sarà successo niente di grave continuavamo a pensare e sperare. Poi finiti i festeggiamenti mentre gli inglesi lasciavano lo stadio noi rimanemmo bloccati nello stadio con lo speaker che ci ripeteva di rimanere seduti e che saremmo usciti di lì a poco. E invece uscimmo dopo tantissimo tempo, non saprei dire con precisione ma mi sembrò un’eternità. Un signore accanto a me mi disse di spogliarmi e di nascondere nello zaino tutte le cose del Liverpool, così feci ed uscii dallo stadio solo con i jeans“.

All’uscita c’era schierato l’esercito con mezzi blindati e ci scortavano verso i pullman e fu lì dalla radio di uno di essi che scoprimmo la verità e il mondo ci crollò addosso. Pensammo subito ai nostri cari a casa, ci organizzammo, trovato un telefono pubblico mettemmo in un cappellino tutte le monete che avevamo e in fila iniziammo a telefonare a casa con l’ordine imperativo di parlare al massimo 30 secondi per dire che eravamo vivi e che saremmo tornati presto. Le telefonate internazionali all’epoca erano costosissime. Lo so per alcuni più giovani può sembrare tutto strano, ma eravamo nel 1985 non c’erano ancora i cellulari non c’era internet le TV via satellite e tutto quello che oggi ci sembra scontato. Persino prendere un’areo non era così semplice ed economico come ora“.

Quando arrivò il mio turno mi rispose mio padre al quale dissi che stavo bene di non preoccuparsi che sarei partito dopo un po’, e no che non mi poteva passare la mamma che il mio tempo era scaduto. Non me lo perdonerò mai di non aver parlato un secondo con lei. Così iniziammo il viaggio di ritorno, sapendo che era successo qualcosa di grave che molti erano morti, ma non sapevamo null’altro. Fu solo quando passammo il confine e comprammo i giornali che scoprimmo tutta la verità e vedemmo per la prima volta le immagini tragiche di quella notte. Arrivato a Milano feci una corsa alla stazione per prendere il primo treno per Napoli: mi sembrò un campo di battaglia. Migliaia di tifosi che cercavano di tornare a casa scampati dalla tragedia, molti feriti, tanti con gli abiti stracciati o senza scarpe, tanti tantissimi ancora in lacrime”. Dopo un’altra nottata in treno arrivai finalmente a Napoli. Non dimenticherò mai l’abbraccio di papà in lacrime, la corsa verso casa da mamma, dagli amici e parenti che mi aspettavano e che avevano fatto la nottata insieme ai miei genitori in attesa che tornassi“.

Così quella che doveva essere una grande festa diventò una grande tragedia, la grande vittoria desiderata un ricordo da cancellare, il sogno si infranse sotto l’orda animalesca dei tifosi del Liverpool“.

Per questo mi “incazzo” quando tanti tifosi juventini e non parlano a sproposito di quella notte

Solo noi che eravamo possiamo descrivere quelle sensazioni, di sogno, gioia e speranza prima, di paura, rabbia e dolore dopo. Noi eravamo lì molti hanno rischiato la vita, altri erano comodamente seduti su un divano davanti alla TV ad alimentare stupide polemiche sul rigore e sui festeggiamenti, e se si doveva giocare o meno speculando su quella immane tragedia. Noi che eravamo lì sappiamo che se non si fosse giocato sarebbe successa una tragedia ancora più grande, se non avessero fatto il giro del campo con la coppa non avrebbero permesso l’evacuazione degli inglesi per farli sparire: Respect39“.

Per anni non sono più andato allo stadio. Ci sono tornato il 16 maggio 1990 per la finale di ritorno della Coppa Uefa contro la Fiorentina giocata ad Avellino. Ma da allora non è stato più la stessa cosa“.

Nel 2013 dopo l’incendio che distrusse il museo di Città della Scienza di Bagnoli fui invitato in quanto Presidente di quel Municipio a partecipare alla Commissione della Comunità Europea a Bruxelles. Il caso volle che proprio in quei giorni anche mio figlio Andrea era a Bruxelles e così un pomeriggio mentre gli raccontavo questa storia raggiungemmo il nuovo stadio Heysel costruito al posto del vecchio teatro della tragedia. Non è stato facile trovare la targa e il monumento che ricordano i caduti del 29/5/1985, e i belgi non ci furono di nessun aiuto, era come se non sapessero di cosa parlavamo. Ci spiegarono poi alcuni italiani residenti lì che da quella notte i belgi hanno sempre fatto di tutto per dimenticare e cancellare quella vergogna, perché se è vero che gli inglesi furono gli esecutori materiali dell’aggressione è altrettanto vero che il servizio d’ordine belga, la polizia e tutta l’organizzazione fu un disastro, per non parlare dello stato fatiscente dello stadio che dopo quella partita doveva essere raso al suolo“.

“Partimmo con un sogno nel cuore, tornammo con tanta amarezza, rabbia e dolore e con 39 brave persone che morirono in un giorno di festa”.

A noi il dovere di ricordarli e di combattere ogni imbecillità legata al tifo.