Alla faccia del Var e dei maneggioni federali, anche i tre punti in palio a Reggio Emilia sono stati incassati dai Cicisboys. Lì risiede la soddisfazione maggiore, giacché questo campionato, che vinto oppure no, nulla aggiungerebbe o toglierebbe al pedigree di Madama, ora deve essere assolutamente conquistato per ridicolizzare una volta di più la tracotante inadeguatezza dei logoteti e manutengoli che infettano, con una gestione di stampo tipicamente mafioso, le istituzioni peninsulari del pianeta palla.

Quanto alle faccende di campo, bottino a parte, c’è poco di cui gloriarsi e, quel poco, ha un nome e cognome: Paulo Dybala. La Juve, non solo quella dell’intermezzo prandiale, è tutta e solo lui, anche se oggi è stato degnamente supportato da un Cuadrado in discreto spolvero.

Si dirà, molto prevedibilmente, che poiché la lucentezza della sua classe abbaglia solo nell’area cortilizia, non può essere ritenuto un fuoriclasse. Errore sesquipedale! Il fatto che nel torneuccio riesca a vincere le partite da solo attesta semplicemente che in Europa avrebbe bisogno di una squadra e di un allenatore vero che lo supportino. Carenze che difficilmente vedrà colmate all’ombra della Mole e che, prima o poi, diventeranno un prurito insopprimibile da placare altrove.

Opposti a una contendente più morbida della ben nota carta igienica, i detentori del titolo sono dovuti ricorrere ripetutamente al genio della lampada per supplire alla totale mancanza di qualsivoglia schema offensivo, peraltro aggravata dalla presenza ectoplasmatica del “pipipotamo”; non solo, hanno pure traballato pericolosamente in difesa per contenere due modesti praticanti come Falcinelli e Politano.

Organizzazione, zero. Una pecca che nel calcio vero non viene perdonata e già letale anche di fronte a un’avversaria appena dignitosa che ha visto giocar Messi solo per televisione; bastò infatti il primo Ciro Immobile di passaggio per svillaneggiare non tanto un reparto, quanto l’affidabilità dell’intera fase difensiva.

Una squadra con qualche idea in corpo avrebbe chiuso la pratica in mezz’ora e precluso quasi totalmente la frequentazione dei propri sedici metri; invece non è stato così, come già peraltro accaduto al cospetto delle altre formazioni minori incontrate nei turni precedenti.

Orbene, subire qualche rete in misura eccedente le vecchie abitudini sarebbe accettabile alla luce di un atteggiamento più concettualmente spregiudicato e armonizzato, in linea con i dettami del football che conta; “ci può stare”, avrebbe detto qualcuno, ma complicarsi la vita perché tutto è affidato al caso o, meglio, allo stellone o alle illuminazioni mattutine de “Il pesce innamorato”, non va bene; è umano anche il “Sivorino” e non potrà essere sistematicamente salvifico o in perenne amplesso con Eupalla.

L’attuale Juventus è una creatura ibrida: né carne né pesce. Talvolta incute, sino a illudere, l’impressione di una forza contenuta, sovente suscita quella di una disarmante fragilità e impotenza. In altri termini, è priva di una precisa identità e pure di chi glie la potrebbe dare. Tuttavia, almeno nello stivale, balbettare calcio potrebbe, anzi, deve ancora bastare.

Vale quanto asserito all’esordio di queste righe: mica per brindare due minuti con acqua minerale all’ennesimo scudettino, ma per riaffermare il principio che la malversazione, pur paludata con apparente legalità, non è una scelta premiante. Almeno nel calcio, mai!. Il settimo sigillo lo ribadirebbe a chiare lettere.

Augh!

Ezio MALETTO