Per quanto importante, unico, leggendario, il sesto scudetto consecutivo, impreziosito dal contorno della terza Tim Cup, anch’essa di fila, è stato oggetto di festeggiamenti molto contenuti; in ossequio a una tradizione per la quale, all’ombra bianconera della Mole ogni successo si coniuga al sollievo di un lavoro ben fatto, ma che può essere migliorato; in aderenza a un evento comunque metabolizzato da tempo; per la ragionevole convinzione che il tempo dedicato alle celebrazioni e/o commemorazioni debba essere speso alla fine di qualcosa o qualcuno, mentre invece, il ciclo vincente di questa Juve, a dispetto di una striscia già solenne, è ben lungi dal considerarsi concluso, ma anche e soprattutto perché, per quanto entusiasti, i “clienti” dell’azienda/nazione bianconera sono posseduti dalla covidosa ossessione per un trofeo che da troppi anni Madama non innalza al cielo: la grolla degli eletti, il Santo Graal bullonato, la Coppa dei Campioni, ora universalmente conosciuta come Uefa Champions League.

Però, quella di Cardiff non sarà la notte del giudizio, e qualunque verdetto verrà espresso dal prato del National Stadium of Wales, il calcio a tinta zebrata non finirà lì. Intellettualmente facile da accettare, decisamente avverso, invece, alla ragione di cuori che, spezzati con puntualità quasi irridente da oltre un ventennio di delusioni, talvolta parecchio cocenti, considerano ormai maledetta l’anfora dalle grandi orecchie. L’ipotesi anche solo remota che il Giano bifronte dello sport si palesi ancora una volta con il volto della sconfitta assurge poi a livelli di totale intollerabilità in chi, sin da quella sera del 30 maggio 1973, a Belgrado, ha vissuto sulla propria pelle tutti gli ultimi atti della Signora da esportazione.

Atene, Bruxelles, Roma, Monaco di Baviera, Amsterdam, Manchester, Berlino; una sola soddisfazione, peraltro quasi partorita, visto che i lineamenti del summenzionato diventarono benigni solo al termine dei tiri dal dischetto, tante amarezze e una lunga, buia notte dell’anima in terra belga, ascrivibile alle tragiche circostanze giustamente rievocate in questi giorni.

Individuare i motivi dell’idiosincrasia juventina alle finalissime, ammesso che esistano, è impresa ardua. Karma? Un Béla Guttmann de’ noantri? Semplice sfortuna? Mah… Più probabilmente, il pessimo rapporto con la partita decisiva è imputabile a un dna storicamente orientato alla supremazia peninsulare, che ha quasi sempre rigettato l’impianto di cellule continentali a causa del distorto e malinteso significato di eccezionalità attribuito alla competizione.

La cosiddetta carenza di mentalità europea dai più addotta a giustificazione degli insuccessi, non può certamente essere addebitata a tutti i giocatori che hanno indossato, in epoche diverse, la nobile casacca a strisce, bensì a un preciso indirizzo societario volto a considerare l’eventuale ascesa al gradino più alto del podio alla stregua di un’impresa straordinaria e, quindi, molto occasionale, anziché la normalissima aspirazione stagionale di un club d’élite.

Questa forma pensiero si è inesorabilmente tradotta, al dunque, in ansia da prestazione, braccino corto, consunzione nervosa per aver giocato mentalmente la gara delle gare fino allo stremo di ogni energia spendibile, ancor prima di scendere in campo. Con i risultati ben noti… e a prescindere dalle modalità d’arrivo all’appuntamento, cioè: con le faccende domestiche risolte da tempo o all’ultimo minuto.

Ora che la conquista del Coppone implica risvolti che trascendono l’aspetto puramente sportivo e quasi lo travalicano (il riferimento alle ricadute finanziarie è assolutamente voluto), il vento pare esser cambiato e l’ambizione di troneggiare sul football del Vecchio Continente ha assunto contorni nitidi, ben delineati da dichiarazioni d’intenti non esclusivamente di facciata e avvalorati, nella fattualità, dall’acquisizione del diritto alle prestazioni di pedatori propedeutici allo scopo.

Per questo la tappa gallese è considerabile un punto di partenza; per questo, pur rispettosa del passato, la Newentus risorta dalla ceneri di “Porcopoli” flirterà con la crème d’Europa senza timidezze e reticenze; per questo guarderà il mitico Real Madrid negli occhi, da pari a pari, con l’assoluta consapevolezza di non dover abbassare lo sguardo, comunque andrà a finire.

Oltre la leggenda, c’è di più: la sfera degli archetipi. Una condizione per la quale, qualunque pensiero associato al calcio, foss’anche il minerale, rimandi immediatamente al termine Juventus. Entraci, Vecchia Signora!

Augh.

Ezio MALETTO